2016

La verità nascosta


Prima del carro…

Non fai il carro per cambiare il mondo. Al massimo cambi lo stato civile, perché la moglie chiede il divorzio. Se va bene, resti single.
Non lo fai per spiegare il mondo; ne sai poco e niente anche te, e un alfabeto di gesso, legno e chiodi è un disastro da decifrare.
Magari fai il carro perché ti piace stare con i tuoi compagni e le tue compagne (anche se ti vergogni da morire anche al solo pensiero di dirglielo).
Fai il carro perché certe passioni sono malattie incurabili, e tu ne sei affetto dalla nascita.
O forse si, fai il carro perché vorresti cambiare il mondo, o spiegarlo, o far vedere agli altri come lo vedi te. E anche se non gliene può fregare di meno a nessuno tu ci ricaschi ogni anno, perché in fondo, come diceva tuo nonno, Piutost che gnit, l’è mej piutost. Piuttosto che niente, è meglio piuttosto…

Sopra il carro…

Questo mondo è roba d’altri.
E’ una faccenda così importante che per inventarlo si è dovuto scomodare Dio. E non uno soltanto, centinaia nel corso dei secoli ne hanno reclamato la paternità.
C’è chi sostiene di averlo creato soffiando sul vuoto e chi dice di averlo costruito sul guscio di una tartaruga (e questo spiegherebbe perché è così traballante); alcuni l’hanno cantato, altri l’hanno evocato dalle tenebre agitando piume di corvo.
Noi eravamo quelli che innalzavano templi in loro gloria, scannandoci in loro nome. Ci scanniamo ancora.
Solo personalità straordinarie sono capaci di lasciare un segno nella storia, il mondo mica si fa cambiare dal primo che passa. Una sfilza di condottieri e politici, ammiragli infarciti di stellette o semplici caporali con problemi di calvizie, gente che a ferro e fuoco ne ha modificato il corso, guadagnandosi un posto d’onore sul un piedistallo di pietra, nel bel mezzo delle piazze delle nostre città.
Noi restiamo sui campi di battaglia, a fare la parte della carne da macello.
Il mondo l’hanno cambiato i profeti e i visionari, quelli che brandivano sogni invece delle armi, e che ispiravano e continuano a ispirare moltitudini di persone.
E noi lì dietro al corteo, a pregare e sperare.
Il mondo appartiene ai ricconi, ai grandi magnati dell’industria, a quelli che inseguendo un profitto ci danno lo stipendio a fine mese; appartiene ai banchieri, che inventando il credito hanno dato libero sfogo ai mutui e all’economia di mercato.
E noi sempre là, da qualche parte sotto la voce ’reddito medio pro capite’.
Il mondo riescono a vederlo gli artisti, inventando nuove prospettive e svelandone nuovi colori. Noi restiamo nascosti dai cavalletti, mentre posiamo da anonimi modelli.
Il mondo è complicato, e solo gli scienziati e i curiosi per natura sanno com’è fatto, perché si sono messi lì con pazienza a studiarne il senso.
E noi?
Facciamo da cavie, dietro le tendine dei laboratori.
Il mondo lo fanno le persone speciali; le comparse come noi lo subiscono, e non contano niente.

Dentro il carro…

Ma non funziona in questo modo.
Questa non è la verità.
Lei continua a restare nascosta, non si capisce bene se è perché ci  faccia più comodo così o perché ce ne siamo dimenticati, come quei tesori che nascondevamo da bambini imitando i pirati: allora ci sembravano tanto importanti, ma una volta cresciuti, abbiamo deciso che non erano poi un granché.
Ma la verità non è tanto lontana.
Il modo migliore per far scomparire qualcosa è metterla sotto gli occhi di tutti; nessuno ci guarda mai.
Basta cercare un po’ più in là della ribalta; oltre al sipario, dietro le quinte.
Questo mondo non l’ha fatto un qualche Dio annoiato e non traballa perché è stato costruito sul guscio di una tartaruga.
Non l’hanno fatto i generali e i politici; non l’hanno fatto i santi e nemmeno i gran signori che brindano sugli yacht.
Questo mondo lo facciamo noi, lo abbiamo sempre fatto noi.
Noi lavoratori.

Intorno al carro…

Non c’è nessuno a cui dare la colpa.
I comunisti, i razzisti, i profughi, gli infedeli, i ricchi, i politici o Dio in persona. Scuse.
Siamo noi.
Bisogna solo decidersi. Anche se lasciarlo andare in malora.
Tanto gli arnesi per distruggere sono gli stessi che servono per aggiustare.
Ma almeno smetterla una buona volta di lamentarsi, perché se il mondo non è a piombo per tutti, non è a piombo per nessuno.



I Verdetti della Giuria

2015

Un dono di Dio


Porto questo dono per voi, ma non so cosa ci sia dentro.
Vedete?
Ha una strana forma, ma là dove è stato creato hanno un modo tutto loro di fare le cose.
Immagino che lui incominci a sentirsi molto compiaciuto per come ve la state cavando.
Da quando avete scoperto come maneggiare il fuoco della conoscenza, avete respinto sempre più lontano l’oscurità: certo, lui è ancora convinto che non sia roba per voi, che finirete con l’usarlo per colpirvi a vicenda, ma non si può negare che questa nuova scienza vi avvicinerà ai segreti che governano la vita, segreti che fino ad oggi solo le divinità potevano conoscere. Potreste mancare un po’ di modestia, avvicinandovi a tanta onnipotenza; anche un dio ha il suo orgoglio, ma probabilmente vi perdonerà, con la bonarietà che qualunque padre riserverebbe a un figlio giovane e irrequieto.
Conoscerete tanto del mondo, forse troppo; vi innalzerete verso vette che nessun altro essere vivente potrebbe anche solo immaginare, e questa è una cosa buona e giusta, no?
Pur essendo sprovvisti d’artigli, dominerete ogni altra creatura.
Vi lascerete alle spalle i pericoli delle grotte per dimore sempre più comode.
La luce che state spargendo sul mondo arriva ovunque; lui ne avrà visto il bagliore da lassù e sarà fiero dei vostri sforzi per replicare il suo potere, anche se qualcuno prima o poi si metterà a parlare in suo nome, a mettergli le parole in bocca, ad interpretare il suo pensiero.
Così, eccomi con questo suo dono, creato apposta per voi.
Non ho idea di cosa contenga.
Mi ha detto che non va aperto, per nessuna ragione.

Dimenticavo,
io mi chiamo Pandora.

Ps, gradite anche una mela? Il serpente mi ha assicurato che è deliziosa!


Il vaso che secondo la mitologia greca Zeus regalò agli uomini, per punirli del furto del fuoco della conoscenza, conteneva i mali del mondo.
Malattia, Pazzia, Gelosia, Vecchiaia e Vizio.
Una volta aperto, si diffusero sulla terra, portando dolore e sofferenza.
Conteneva anche la Speranza. Il coperchio fu chiuso prima che uscisse.


Nessuna divinità degna di questo nome si prenderebbe più il disturbo di recapitarci il male con un trucco da due soldi.
Che poi, di tutto quello che può concepire un essere onnipotente, proprio un vaso. La prima cosa che ti viene in mente di regalare al matrimonio di un parente che non vedi da trent’anni.
Del resto, non ne avrebbe nemmeno più bisogno.
Abbiamo imparato a fare tutto da soli, anche a scambiarci il male.
Questo mondo è tutto uno sbocciare di vasi di Pandora.
Non importa cosa ne esce; restiamo lì a bocca aperta, senza fare niente. Il male, il più banale dei regali, riesce sempre a stupirci, come se arrivasse da chissà dove.
Non lo vediamo nei morti di fame che aspettano che piovano briciole dalle nostre tavole imbandite, finché non crepano ai nostri piedi.
Non lo vediamo mentre i titolari del Verbo, i megafoni di Dio, ci condannano a morte, finché un bambino di dieci anni non ci giustizia come cani infedeli.
Un bambino di dieci anni.
Ma abbiamo sempre speranza. Di quella, ce n’è quanta ne vogliamo.
Bellissima. E inutile.
Chiusa dentro al vaso.
Abbiamo imparato fin troppo bene ad aspettare che venga fuori da sola.
Bisognerebbe trovare il coraggio di andare a conquistarla, per tirarla fuori dal buco in cui ce la dimentichiamo ogni volta.
Perchè lì dov’è, non serve a un accidente.
Magari impariamo anche a farci qualcosa di utile. Siamo bravissimi a imparare tutto, no?
Tranne una cosa. Quella proprio non ci entra nella testa.

Abbiamo tutti lo stesso identico cuore rosso dentro. E continuiamo a farlo sanguinare.



VERSIONE AUDIO DELLA RELAZIONE

2014

POVERI ILLUSI

In tempi in cui tutti si affannano ad attenersi alla realtà dei fatti, in fin dei conti, l’unica cosa che ci si può augurare è di rimanere il più a lungo possibile dei poveri illusi.
Ma poveri illusi per davvero.
Quando siamo venuti al mondo, come tutti i neonati vedevamo ogni cosa rovesciata.
Per questo appena abbiamo cominciato a distinguere le ombre avevamo quell’espressione un po’ meravigliata e molto divertita; ci siamo ritrovati all’improvviso in un incredibile mondo fatto di arredamenti a testa in giù e di case in equilibrio sulla punta del tetto, sopra un mare di nuvole.
Poi siamo cresciuti, ci hanno fatto mettere su giudizio, convincendoci di aver rigirato il mondo per il verso giusto.
Già. Il verso giusto.
Peccato solo che la vita su questo pianeta ha il vizio di non esistere come ci hanno insegnato.

I nostri occhi non vedono mai niente di certo.
Andrebbero presi per quello che sono: delle sottilissime lenti che ci separano da un mistero insondabile. Ogni secondo, il cervello che abbiamo dietro quelle lenti si inventa la realtà.
Non percepisce che una piccola porzione di tutto quello che lo circonda, e la maggior parte delle cose nemmeno le considera, a cominciare dal naso, che avremmo sempre tra i piedi davanti agli occhi, se non lo ignorassimo per tutta la vita.
Tanto vale non dare troppa importanza ai colori, specialmente quelli della pelle dei nostri simili. I colori dipendono da come la luce gli rimbalza sopra e da che tipo di occhi li sta guardando: gli animali avrebbero qualcosa da ridire sull’azzurro del cielo e l’oscurità della notte.
Niente è certo, e tutt’oggi non esiste una definizione scientificamente valida del concetto di essere vivente.
Finché non la troveranno, tanto vale non prendere la realtà del mondo come granito.
Eppure si incontrano un sacco di persone che hanno certezze inossidabili, che non scricchiolano mai. C’è gente che vive di convinzioni che non hanno un capello fuori posto. Hanno le convinzioni con la messa in piega, cotonate; finché possiamo, tanto vale restare spettinati.
Visto che il mondo che ci circonda è un enigma insolvibile; invece di accettare le verità assolute servite su un vassoio d’argento, tanto vale coltivare i dubbi e ricordarsi di innaffiare le idee, che altrimenti appassiscono.

Tanto vale andarsene a zonzo fantasticando appena ne abbiamo la possibilità, e se ti dicono di non perdere tempo, tanto vale non scattare subito sull’attenti; anche il tempo è un’invenzione. Perfino le mosche riescono a smontarlo, dato che vedono al rallentatore: proprio per questo è difficile acchiapparle a mani nude.
Gli astronauti delle missioni spaziali invecchiano più lentamente lassù per aria (e i gamberi che mangiamo al ristorante crescono all’infinito allo stato naturale. Lo so che fa ridere, ma ancora non si riesce a calcolare la loro età media, perché ne pescano sempre di più vecchi).
Nemmeno la morte è più quella di una volta. Da quando i biologi hanno scoperto la Turritopsis Nutricola, un mucchio di leggi fisiche sono finite nel cestino. La Turritopsis Nutricola è una piccola medusa, che se ne va a zonzo trascinando i suoi tentacoli e il suo buffo nome per i mari di questo pianeta. Va a zonzo molto a lungo: è immortale. Quando raggiunge lo stato adulto, può ringiovanire e ricominciare da capo.
La vita che noi i ci siamo ritrovati tra le mani è un po’ più fragile.
Perdiamo i pezzi senza nemmeno accorgercene.
Nasciamo con 320 ossa; da vecchi ne resteranno solo 206.
Dobbiamo essere gentili con il nostro corpo; senza farcelo pesare troppo si rinnova di continuo, lo stomaco cambia tessuti tre volte al giorno, e ogni dieci anni ci confeziona uno scheletro nuovo di zecca.
Una faccia triste e arrabbiata richiede l’uso di 40 muscoli, un sorriso solo di 18: tanto vale divertirtisi, costa molta meno fatica.

Ci si imbatte spesso in meravigliosi santoni smaniosi di spiegarti quanto sia importante trovare il senso della vita.
Come qualsiasi altra cosa, la vita un senso non ce l’ha.
Non è una caccia al tesoro, non c’è nessuno scrigno ricolmo di ricchezze nascosto da qualche parte; non siamo mobili dell’Ikea e non esiste libretto delle istruzioni.
Il senso della vita non lo trovi. O la obblighi ad avercelo o ti tocca fare senza.
Tanto vale non affannarsi per cose come il destino, specialmente quando ti dicono di darti una mossa, perché è già un bel po’ che ti aspetta. Come se ti attendere ai bordi di chissà quale strada; il destino mica fa l’autostop. Te lo devi costruire per i fatti tuoi, il destino, e sarà grande quanto la passione che riuscirai a metterci, non un centimetro in più né uno in meno.
E visto che stonare non è ancora un reato, tanto vale prendersi un po’ di spazio per cantare fuori dal coro, solo per il gusto di fare dispetto a quei direttori d’orchestra, belli impettiti, convinti di poter comandare ogni cosa a bacchetta.
Tanto, che la vita abbia un verso o meno, in fondo mica è importante.
L’importante è che ce l’abbiamo noi.