2005

Aufheben

Guardi questo carro sfilare, e all’improvviso mi chiedi a cosa serve.
Annusi un fiore che hai rubato dalla corona deposta questa mattina sotto il monumento ai caduti, e dimentichi che non potrò mai risponderti.
Siamo sotto questi alberi incendiati dalla primavera, e potrei dirti che non serve a niente e che hai una scarpa slacciata.
Indossi un vestito leggero, e l’ombra delle tue piccole gambe è una forbice che nulla taglia sulla terra.

Il carro passa lentamente, e dici che le spine pungono.
Già, e non puoi immaginare con quanta tenacia le hanno seminate e coltivate. I libri che studierai a scuola non te la racconteranno così. Seppelliranno tutto di paroloni e numeri, e sarà come fare la conta. E invece era un campo coltivato a spine e quando è stato il momento della mietitura, hanno raccolto sangue e macerie. Come ogni volta.
Imparare è una questione di passione, ecco cosa vorrei dirti, e sbagliare è l’arte che gli uomini imparano più in fretta.
Ti alzi sulle punte dei piedi, e vedendo i fiori i tuoi occhi si illuminano, perché ci sono delle ragazze dentro, e per un attimo riesci quasi ad afferrare l’inutile e portentosa verità di questi carri: non servono a un granchè, ma per un giorno reinventano il mondo.
Sorridi, e mi dici che le pagine volano.
Vorrei spiegarti che capita, quando si seminano le parole giuste. Che ci si possono ricostruire i palazzi sventrati e dare un senso alla vita che ci troviamo a condividere.
Mi piacerebbe sussurrartelo piano piano, sotto queste foglie di aprile, in modo che possa capirlo anche tu. Ma non posso farlo, e dovrai impararlo un po’ per volta, sbagliando e ricominciando da capo, giorno dopo giorno.
Poi vedi i rottami, e pieghi un poco la testa da una parte, come se il mondo fosse diventato storto all’improvviso.
Dici che sembra un pezzo di un aereo.
Come tutto il resto, non puoi ricordartene.
Vivi in un paese strano, ecco cosa potrei dirti, in cui si possono seminare anche i rottami. Per anni e per chilometri e chilometri quadrati.
Se ti raccontassi che le parole hanno smesso di volare e che gli aerei sono esplosi all’improvviso, mi prenderesti per matto. E non avresti tutti i torti.
Sei una bambina con le scarpe slacciate, e non riuscirei mai a spiegarti come un intero popolo ha smesso di riconoscersi da un giorno all’altro.
A cosa serve, mi chiedevi.
Io non lo so.
Posso dirti che il denaro non riesce a nascondere le crepe di una nazione che va in frantumi; ma stai annusando il tuo fiore, e guardi già da un’altra parte.
Non riesco a spiegarti quello che vedi di dietro, perché è quello che stanno seminando adesso, e non si può conoscere il germoglio finchè non esce dalla terra.
Questo lo sai anche te; non si vede la farfalla finchè non si libera dal bozzolo.
Guardi in alto, e a un tratto dici che gli uomini dovrebbero essere fiori di loto.
Io non ricordo nemmeno come sono fatti, ma so che crescono nel fango, e contengono allo stesso tempo il seme e il frutto.
Sono belli i fiori di loto, mi spieghi.
Qualcosa potrei dirti, ma è meglio di no.
Che le bambine che annusano i fiori non sanno allacciarsi le scarpe, e i nonni lo fanno per loro.
Che le statue sono periscopi affacciati sul mondo, emergono dal passato, e sono testimoni immobili della marea del tempo, che va e viene.
O di come vorrei rubarti la faccia, rubartela, rubartela, e mettermela io.
Ma la rovinerei.
Si consumerebbe in fretta su di me, perché mi va piccola, e dovrei tirarla troppo.
Forse mi sarebbe stata giusta quando ero giovane, e cercavo di rompermi il collo aggrappato al manubrio di una bicicletta.
I telai delle biciclette possiedono un magnetismo incredibile, sui ragazzi.
Ma questo lo saprai già; molte cose sai già, e tante altre scoprirai di averle dimenticate solo quando avrai sbagliato.
Ti guardi intorno, e vedi tutta la gente affollare questo 25 aprile.
Non puoi sapere cosa vuol dire.
Non lo sai che sessant’anni fa è stato forse il nostro giorno più bello, e a volte è così difficile credere che ci sia stato un passato così tremendo prima, e anni così complessi dopo, che mi stupisco di trovarmi ancora qui.
Altre volte invece mi sembra che tutto quel tempo sia così vicino, da poterlo quasi toccare, come se fosse rimasto bloccato in un carro di gesso.
Mi sembra che se potessi allungare una mano, passarti le dita tra i capelli, o soltanto chinarmi per annodare i tuoi laccetti, potrei portarti sempre con me, verso un futuro diverso, senza spine o rottami o scelte difficili.
Vedi, gli uomini imparano, ma non è mai per sempre.
Forse è per questo che ci sono i bambini intorno: per ricordarglielo in continuazione con le loro domande.
Tutti fanno quello che possono, ma non devono mai accontentarsi.
E se non basta, non devono rassegnarsi.
Guardi il carro che si allontana, e mi sfiori una mano. E’ di metallo, come i fiori che hai visto prima. E’ già da un pezzo che sono una vecchia statua acciaccata, piantata in questo angolo dei giardini pubblici, e posso assicurarti che una volta brillavo anche io.
Il tempo rende opache le statue, e anche i cuori degli uomini.
Il soldato del monumento ai caduti non è sempre stato così triste, per esempio, e c’è sempre abbastanza amore in giro per far nascere un bambino che ruba un fiore proprio il 25 aprile.
Sai, il terreno del cuore degli uomini è duro.
Ognuno deve piantarci il meglio che può, e averne cura.
Anche se non serve a niente.
Perché se riesci a mantenere vivo il ricordo di un ragazzo che corre a perdifiato in bicicletta, o di una bambina che non sa allacciarsi le scarpe, c’è sempre la possibilità di lasciare una buona traccia nel mondo.

Aufheben era il verbo preferito da Hegel.
Secondo noi ad Alfredo Oriani sarebbe piaciuto.
Aufheben significa, ad un tempo, conservare e annullae;
un’omaggio alla storia dell’umanità, che rinasce morendo, e distruggendo crea...



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1 commento:

claudia de sierra ha detto...

Bellissima pagina !!!!!! il carro allegorico è una belleza mi piace molto la relazione tra il unicornio, i sogni, il martello, ce motlo per rifflettere su queste idee di più oggi mai che mai e fare una festa in onore alla primavera è una idea bellissima me viene in mente Botticelli e tante alegorie alla primavera la rinascita di tutto. Grazie Erika Bandini per condividere con me questo link.