Dal 1984 la Nuova Società Peschiera si presenta al pubblico realizzando i tradizionali carri in gesso “di pensiero” che ogni anno sfilano lungo le vie di Casola Valsenio durante la “Festa di Primavera”, il 25 aprile.
Ciascun carro, su cui salgono una trentina di figuranti, propone agli spettatori un messaggio tramite allegorie di forme, costumi, colori, ed un allestimento scenografico ideato appositamente per ogni singola realizzazione. E’ inoltre corredato da un testo scritto, detto “relazione”, che ne approfondisce il significato.

In questo spazio abbiamo voluto raccogliere l’esperienza di venticinque anni di progetti, carri, messaggi, sconfitte, vittorie: troverete quindi tutte le relazioni e le gallerie fotografiche dei carri da noi realizzati, in un quarto di secolo di “Nuova Società Peschiera”.
In alcuni casi, dove è stato possibile reperirli, abbiamo inserito anche i verdetti delle giurie.

Se avete del materiale fotografico o cartaceo e desiderate metterlo a disposizione per aggiornare e migliorare questo spazio, potete contattarci o inviarlo al nostro indirizzo email.

Buona visione !

2009

La misura della solitudine


“...perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine
non hanno una seconda opportunità sulla terra.”

Gabriel Garcia Marquez


La luce che il nostro stile di vita proietta sul mondo, anche se un poco appannata in questi tempi di vacche magre, continua ad attirare a sé creature affamate, come i lampioni richiamano insetti nelle notti d'estate.
Non facciamo che vantarci e ostentare questo modello ai quattro venti, cercando però di negarlo a chi, incantato da tanta buona pubblicità, ne desidera un pezzetto.
Ma le barriere e i muri alzati per proteggerlo lasciano passare i veri predatori, i grandi squali in giacca e cravatta quotati in borsa, tenendo ammucchiati alle frontiere quelli di piccola taglia, condannati a muoversi in eterno per sopravvivere; premono contro le recinzioni facendole scricchiolare.
Questo sistema nega alla gente ciò che non si sognerebbe mai di proibire agli animali: migrare alla ricerca di cibo e di speranza.
Incalcolabili capitali si spostano senza dover mostrare il passaporto o le impronte digitali, facendo franare intere economie, perdendosi nei meandri dei conti cifrati e delle scatole cinesi finanziarie; i piccoli squali affamati che non possono permettersi il doppio petto vengono braccati o, se riescono a passare, controllati a vista.
Le classi dirigenti coltivano ad arte le nostre paure ed esibiscono il buon esempio dell'impunità: in basso si punisce ciò che si applaude in alto.
Il furto è un reato contro la proprietà, il furto su vasta scala è un rischio dell'iniziativa privata.
Il primo è soggetto al codice penale, il secondo è una conseguenza del libero mercato.
Giorno dopo giorno, cresce il fastidio per i piccoli squali che si intrufolano nelle nostre acque territoriali, sgattaiolando nei varchi lasciati dalle barriere.
Siamo diventati chirurgicamente ipocriti e cinici: il problema non sono tutti gli stranieri, ma quelli che non servono.
Quelli che non si occupano dei lavori che non ci degniamo più di sbrigare, in un sistema che ci obbliga a lavorare fino alla tomba, assorbendo la parte migliore del nostro tempo. Quelli che non accudiscono i nostri vecchi o crescono i nostri figli, per esempio.
Riconosciamo la dignità a questi piccoli squali solo in base alla loro utilità.
Spacciamo questo compromesso per buon senso, e non ci rendiamo conto di come la paura ci abbia reso tutti prigionieri.
In ogni città i luoghi pubblici sono circondati da inferriate, tutte le case sono recintate e ogni negozio ha la sua bella serranda.
Proteggiamo le cose ad ogni costo.
Gli unici paradisi disponibili su questo mondo sono quelli fiscali, e spettano al denaro.
I sogni e gli incubi sono impastati con la stessa materia prima, ma questo incubo ha la pretesa di essere l'unico sogno a noi concesso; uno stile di vita che disprezza le persone e venera le cose.
La misura esatta della nostra ricchezza.

Tutti gli esseri umani nascono liberi, recita la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
Guardandolo dallo spazio, il nostro pianeta sembra perfetto per questo scopo.
E' una bellissima sfera verde, marrone e blu, con una spruzzata di bianco a seconda del capriccio dei venti e delle nuvole; il luogo ideale da percorrere in lungo e in largo a perdifiato.
Dopo innumerevoli millenni di prove, i quattro elementi che lo compongono, l’aria, l’acqua, la terra e il fuoco, paiono avere raggiunto un loro equilibrio, e le stagioni si alternano seguendo le cadenze del suo sole e della sua luna.
Nell'ultimo secolo, un quinto elemento ha raggiunto la capacità di lasciare il segno su questa palla colorata, forse ancor più degli altri quattro.
E’ un elemento composto da esseri umani; visti da una certa altezza sembrano quasi trascurabili: per il sole e la luna, per esempio, sono invisibili.
Quasi per uno scherzo del destino, l'unica opera realizzata dall’umanità che si nota dallo spazio è un muro.
La Grande Muraglia Cinese.
Da così in alto è impossibile accorgersene, ma la maggior parte degli abitanti di questo pianeta è in realtà perduta in uno stupefacente dedalo, un groviglio di muri più o meno reali che ha edificato con le sue stesse mani.
Chi vive su questa terra e guarda ad altezza d'uomo, non ha alibi se non nota la differenza.
E’come precipitare dalle semplici cartine fisiche delle elementari, verdi, marroni e blu, alle mappe politiche delle scuole superiori, un intrico di confini neri, su una coperta di pezze sbiadite, rattoppate alla meglio l'una all'altra.
Che siano tracciate con inchiostro o costruite con mattoni, queste piccole e grandi muraglie sono oggi la misura della nostra libertà.

Su una faccia delle monete da un euro coniate dalla Repubblica Italiana è incisa una figura.
La disegnò Leonardo Da Vinci, esattamente cinquecento diciannove anni fa.
E’ uno studio sulle proporzioni umane e una sfida a chi riteneva impossibile fare quadrare il cerchio.
Quello che nessuno era riuscito ad ottenere con formule e numeri, Leonardo Da Vinci lo raggiunse disegnando un semplice essere umano, ritratto nudo, così come era nato.
La centralità della persona rispetto a tutto il resto: era questo il pensiero che lo aveva mosso.
Scelsero di incidere questo disegno sulle nuove monete per simboleggiare l’uomo come misura di tutte le cose.
Oggi, smarriti dietro i nostri inutili confini, senza nemmeno l’illusione di sentirci protetti, sono le cose che misurano noi, i passaporti che portiamo, gli abiti che indossiamo, il denaro che possediamo.
Bisognerebbe chiamare la Zecca di Stato e dirle di pensare a qualcos’altro, perché il modello dell’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci è andato a farsi benedire ed è irriconoscibile.
Ecco la misura degli esseri umani che siamo diventati.

La vita opera spesso per simboli, e di simboli ci siamo sempre serviti per raccontare il nostro percorso su questo mondo.
Il labirinto è uno dei più antichi, con le sue figure apparentemente immutabili; il Minotauro, Teseo ed Arianna.
Ma viviamo esistenze complicate: le vittime passano per carnefici e i carnefici si riciclano come vittime.
Il Minotauro è un mostro dalla testa di toro assetato di sangue innocente, e allo stesso tempo un figlio rinnegato prigioniero della sua stessa dimora.
Un avventuriero in cerca di fortuna, Teseo, può trasformarsi in un eroe armato solo di speranza, che si innalza alla ricerca della libertà.
Arianna, che lo aiuta a salvarsi grazie a un gomitolo di lana, è contemporaneamente complice nell’omicidio del fratello.
Questa è la potenza dei labirinti.
La loro indecifrabile e fuorviante essenza.
Nell’infinita combinazione di scelte possibili e vicoli ciechi, il destino di tutti è legato all'esistenza di un gomitolo di lana.
Finché esisteranno barriere, quel filo sarà la misura della nostra solitudine.


GALLERIA FOTOGRAFICA

2008

Un centimetro alla volta

‘Arbeit macht frei’
Rudolf Hoss, 1939 (più o meno)


A volte basta una domanda, anche stupida, e tutto il mondo cambia. E’ come se un velo sottilissimo che fino a quel momento ha offuscato e distorto la realtà scivolasse via.
Prendete una persona che vi hanno appena presentato: la prima cosa che gli chiedete è “E tu, che lavoro fai?”.
E lei lo chiede a voi.
In un mondo diverso, dovremmo essere curiosi di sapere se anche lui ama il gelato alla fragola o se per fare gli occhi dei pupazzi di neve usa vecchi bottoni o sassolini.
E invece, la cosa più importante è: “E tu, che lavoro fai?”.
Come se fossimo solo quello.

Basta un piccolo dubbio a volte, anche stupido, e tutto quanto finisce a testa in giù.
E se quello che esce dalle ciminiere delle fabbriche in cui lavoriamo, dalle macchine dei cantieri o dai camini degli uffici che occupiamo, non fosse anidride carbonica, ma fantasmi?
Riusciremo ad accorgercene?
Se la spazzatura che produciamo non fosse semplicemente il resto di ciò che non digeriamo e che non ci serve, ma vite spezzate che urlano, ce ne importerebbe qualche cosa?

I palloni che i nostri figli usano per giocare vengono cuciti da loro coetanei dall’altra parte del mondo.
Milioni di donne vengono umiliate e lasciate ai margini a causa dell’imperdonabile vizio di rimanere incinta e di dover poi perdere del tempo per crescerle, quelle creature.
Ragazzi costretti ad accettare impieghi senza futuro, da tre mesi alla volta, sono ridotti a vivere come equilibristi senza reti di protezione, sperando che non si alzi il vento.
Tutto è lecito, nel nome del lavoro.
E’ un altoforno che divora ogni cosa; vite, speranze, passioni: ha ucciso persino il nostro tempo libero.
Lo trascorriamo a riposarci abbastanza in attesa che ricominci il nostro turno.
La metà dei morti dell’industria petrolchimica non sono gli operai, ma i loro famigliari.
La metà dei morti dell’industria petrolchimica sono le mogli che stirano le tute da lavoro mentre i bambini fanno i compiti in cucina: i solventi chimici imprigionati nei tessuti evaporano nell’aria e li infettano a ogni respiro.
Mogli e bambini vengono consumati giorno per giorno, un centimetro di polmone dopo l’altro.
Tutto questo accade ora.
Anche oggi.
Un centimetro alla volta.

E tu?
Tu che lavoro fai?

Quando i nostri governanti si radunarono a Kyoto per fare il punto della situazione, scoprirono che così non si poteva andare avanti.
Il nostro sgangherato pianeta non poteva sostenere ne lo stile di vita della metà del mondo, ne gli sforzi dell’altra metà per raggiungere lo stesso livello.
Troppa anidride carbonica nell’atmosfera e immondizia ammucchiata sotto il suolo.
Fantasmi ovunque.
Così rilasciarono solenni promesse alla stampa e firmarono un sacco di fogli.
Poi si turarono il naso e se ne tornarono a casa in ordine sparso.
Decisero di non scegliere.
Se avessero conosciuto la teoria del salto di tre metri, forse qualcosa sarebbe cambiato.
E’ una faccenda piuttosto buffa.
Come tutte le cose buffe, potrebbe davvero servire a qualche cosa.
Secondo questa teoria, se tutta l’umanità si ritrovasse nello stesso luogo e ciascuno saltasse giù da una scala alta tre metri, si riuscirebbe a spostare l’asse della terra.
Saltando giù tutti insieme da tre metri di altezza, potremmo spostare il mondo di un centimetro esatto.
E romperci nello stesso momento tutte le caviglie, chiaramente.

Un centimetro non è molto.
E’ qualcosa di piccolo, e di fragile, eppure a volte è l’unica cosa che davvero conta.
A volte, è l’unico spazio pulito che rimane dentro di noi: l’unico luogo in cui possiamo essere veramente liberi.
In mezzo a tutta l’immondizia e l’ingiustizia a cui ci siamo abituati, sarebbe già qualche cosa.
Chissà, potremmo fare la raccolta differenziata delle idee.
Scegliere di non turarci il naso di fronte a certe schifezze, in attesa che passi il camion dell’Hera a portarsele via.
Sarebbe un po’ come metterci in cammino verso Kyoto con una scala sotto il braccio.
Per alcune cause potremmo decidere di lottare anche solo per guadagnare un centimetro.
E’ pur sempre una meta.

Un centimetro per i bambini incatenati ai telai.
Un centimetro per le donne umiliate e tenute ai margini.
Un centimetro per gli equilibristi senza futuro.
Un centimetro per le mogli che stirano mentre i figli fanno i compiti in cucina, ignari dell’aria impestata che respirano.
Un centimetro per i fantasmi che escono urlando dalle ciminiere.
Massacrare di fatica noi stessi chi ci sta intorno, per quei centimetri.
Combattere con le unghie e con i denti per conquistarli e proteggerli.
Spezzarsi le caviglie, se necessario.
Perché alla fine, quando li andremo a sommare, il totale farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire.
La vita in fondo è tutta lì.
In quei pochi centimetri d’aria pulita che abbiamo davanti alla faccia.

‘Arbeit macht frei’ è la frase che Rudolf Hoss fece scrivere sul cancello della fabbrica che dirigeva nella prima metà degli anni quaranta in un piccolo paese della Polonia sud orientale, Oswiecim.
Rudolf Hoss però era tedesco, e il paese lo chiamava Auschwitz.
‘Arbeit macht frei’.
Il lavoro rende liberi.
Era vero.
Chi non passava subito per i forni – come le donne, gli anziani e i bambini meno robusti – si guadagnava un’ unica libertà; quella di morire di fatica.

“E tu, che lavoro fai?”
Come può essere così importante?
A me piuttosto piace il gelato alla fragola.
E per i pupazzi di neve uso i bottoni, ovviamente.




GALLERIA FOTOGRAFICA